Il fungiat e la spugnola
L'Accademia e il Mistero della Morchella Miracolosa
Saggio a cura di: MG
Pubblicato il: 11/06/2026
Fra le molte missioni culturali dell'Accademia dei Brandacujun — che spaziano dall'ontologia del nulla alla catalogazione ragionata delle idee sbagliate ma sostenute con convinzione — ce n'è una che meriterebbe di entrare negli annali: la spedizione piemontese della Morchella.
Quel giorno tutto il Senato Accademico era presente nelle colline tra Alba e le Langhe, in un ristorante di quelli dove il cameriere ti descrive un fungo con lo stesso trasporto con cui un sacerdote illustrerebbe una reliquia.
Fu lì che comparve lei.
La Morchella. Volgarmente detta spugnola.
Un fungo dall'aspetto discutibile, come se la natura, dopo aver creato porcini e ovuli, avesse deciso di sperimentare senza supervisione. Una specie di alveare marrone, rugoso e sospetto, che a una persona normale farebbe pensare a una malattia delle patate.
Ma non al Banfi.
Per Banfi la Morchella era il Sacro Graal.
Appena il piatto arrivò al tavolo, i suoi occhi si illuminarono come quelli di un archeologo davanti alla tomba di Tutankhamon.
«Morchelle vere?» chiese.
Lo chef annuì.
Da quel momento la cena cessò di essere una cena e divenne un interrogatorio.
Dove le aveva trovate?
A che quota?
Su che terreno?
Vicino a frassini o olmi?
Esposizione nord o sud?
Piovosità media?
Coordinate catastali?
Lo chef, uomo paziente e probabilmente già abituato a clienti eccentrici, alla fine indicò una valle non lontana.
Errore fatale.
A fine pranzo, con una scusa, intercettammo il cuoco.
«Ci serve una morchella.»
«Per mangiarla?»
«No. Per la scienza.»
Lo chef non fece domande. Segno che aveva già capito il livello della compagnia.
Partimmo quindi per la valle indicata.
Banfi avanzava con l'andatura di un cercatore d'oro dell'Alaska. Osservava il terreno. Studiava le foglie. Annusava l'aria.
Ogni cinque minuti emetteva sentenze.
«Qui ci sono le condizioni ideali.»
«Questo habitat promette bene.»
«L'umidità è corretta.»
Noi annuivamo con la serietà richiesta dalle grandi esplorazioni.
Dopo circa mezz'ora, approfittando di una sua momentanea distrazione, deposi sul terreno la morchella acquistata clandestinamente.
Poi lanciai il grido.
«FERMI TUTTI!»
Banfi si voltò.
Indicai il fungo.
Per alcuni secondi il tempo si fermò.
Lui si avvicinò lentamente.
Si accovacciò.
Lo osservò.
Lo toccò.
Lo studiò da ogni angolazione.
Neppure Indiana Jones davanti all'Arca Perduta aveva mostrato tanto rispetto.
«Incredibile...» mormorò.
«Una morchella.»
Silenzio.
«E anche bella.»
Altro silenzio.
«E pensare che siamo qui da poco.»
A quel punto la sua mente stava già costruendo una teoria rivoluzionaria.
Forse la valle era più ricca del previsto.
Forse aveva individuato un nuovo habitat.
Forse era destinato a diventare il primo uomo a fondare una colonia stabile di raccoglitori di spugnole tra le Langhe.
Lo vedevamo lavorare.
Pensare.
Calcolare.
Sognare.
Poi uno degli altri accademici cedette.
Cominciò a ridere.
Tentò di trattenersi.
Peggiorò la situazione.
L'altro lo seguì.
Nel giro di pochi secondi la dignità scientifica della spedizione crollò come un castello di carte.
Banfi ci guardò.
Guardò noi.
Guardò la morchella.
Guardò ancora noi.
Infine comprese.
Non disse nulla.
Che, per uno che aveva parlato di funghi per tre ore consecutive, era già una dichiarazione.
Rimase qualche secondo in silenzio.
Poi pronunciò una frase destinata a restare nella storia dell'Accademia:
«Siete dei coglioni.»
Probabilmente aveva ragione.
Quel giorno tutto il Senato Accademico era presente nelle colline tra Alba e le Langhe, in un ristorante di quelli dove il cameriere ti descrive un fungo con lo stesso trasporto con cui un sacerdote illustrerebbe una reliquia.
Fu lì che comparve lei.
La Morchella. Volgarmente detta spugnola.
Un fungo dall'aspetto discutibile, come se la natura, dopo aver creato porcini e ovuli, avesse deciso di sperimentare senza supervisione. Una specie di alveare marrone, rugoso e sospetto, che a una persona normale farebbe pensare a una malattia delle patate.
Ma non al Banfi.
Per Banfi la Morchella era il Sacro Graal.
Appena il piatto arrivò al tavolo, i suoi occhi si illuminarono come quelli di un archeologo davanti alla tomba di Tutankhamon.
«Morchelle vere?» chiese.
Lo chef annuì.
Da quel momento la cena cessò di essere una cena e divenne un interrogatorio.
Dove le aveva trovate?
A che quota?
Su che terreno?
Vicino a frassini o olmi?
Esposizione nord o sud?
Piovosità media?
Coordinate catastali?
Lo chef, uomo paziente e probabilmente già abituato a clienti eccentrici, alla fine indicò una valle non lontana.
Errore fatale.
A fine pranzo, con una scusa, intercettammo il cuoco.
«Ci serve una morchella.»
«Per mangiarla?»
«No. Per la scienza.»
Lo chef non fece domande. Segno che aveva già capito il livello della compagnia.
Partimmo quindi per la valle indicata.
Banfi avanzava con l'andatura di un cercatore d'oro dell'Alaska. Osservava il terreno. Studiava le foglie. Annusava l'aria.
Ogni cinque minuti emetteva sentenze.
«Qui ci sono le condizioni ideali.»
«Questo habitat promette bene.»
«L'umidità è corretta.»
Noi annuivamo con la serietà richiesta dalle grandi esplorazioni.
Dopo circa mezz'ora, approfittando di una sua momentanea distrazione, deposi sul terreno la morchella acquistata clandestinamente.
Poi lanciai il grido.
«FERMI TUTTI!»
Banfi si voltò.
Indicai il fungo.
Per alcuni secondi il tempo si fermò.
Lui si avvicinò lentamente.
Si accovacciò.
Lo osservò.
Lo toccò.
Lo studiò da ogni angolazione.
Neppure Indiana Jones davanti all'Arca Perduta aveva mostrato tanto rispetto.
«Incredibile...» mormorò.
«Una morchella.»
Silenzio.
«E anche bella.»
Altro silenzio.
«E pensare che siamo qui da poco.»
A quel punto la sua mente stava già costruendo una teoria rivoluzionaria.
Forse la valle era più ricca del previsto.
Forse aveva individuato un nuovo habitat.
Forse era destinato a diventare il primo uomo a fondare una colonia stabile di raccoglitori di spugnole tra le Langhe.
Lo vedevamo lavorare.
Pensare.
Calcolare.
Sognare.
Poi uno degli altri accademici cedette.
Cominciò a ridere.
Tentò di trattenersi.
Peggiorò la situazione.
L'altro lo seguì.
Nel giro di pochi secondi la dignità scientifica della spedizione crollò come un castello di carte.
Banfi ci guardò.
Guardò noi.
Guardò la morchella.
Guardò ancora noi.
Infine comprese.
Non disse nulla.
Che, per uno che aveva parlato di funghi per tre ore consecutive, era già una dichiarazione.
Rimase qualche secondo in silenzio.
Poi pronunciò una frase destinata a restare nella storia dell'Accademia:
«Siete dei coglioni.»
Probabilmente aveva ragione.