Cronaca del 11/06/2026
Cena Francescana 5 giugno
Pace e bene.
Questa sera celebriamo gli ottocento anni dalla morte di San Francesco d'Assisi e lo facciamo nel modo che probabilmente gli sarebbe piaciuto di più: stando seduti a tavola insieme in una cena frugale. (frugale per i nostri tempi, ma discretamente ricca per i suoi).
Tutto quello che mangerete questa sera avreste potuto trovarlo sulla tavola della mensa francescana del convento di Pozzuolo Martesana. Compreso il Priore che, mentre mangiate, vi leggerà le parole del Santo, principiando da un irripetibile “Laudato Sii” recitato in dialetto milanese.
Standard sanitari moderni ci obbligano ad usare piatti e posate che allora non c’erano. Per il resto è uguale, anche se, bisogna dirlo, non abbiamo allungato il vino come era uso fare nel 1300.
Inoltre, la serata sarà allietata da una meravigliosa musica medievale.
Prima di mangiare, però, vale la pena ricordare chi fosse quest'uomo che celebriamo.
Incominciamo con il dire che non si chiamava Francesco.
Alla nascita, stimata tra il 1181 e il 1182, fu battezzato Giovanni, figlio di Pietro di Bernardone, un ricco mercante di stoffe di Assisi.
Fu il padre, tornato da un viaggio d'affari in Francia, a imporgli il nome Francesco. Insomma si chiamava Giovanni di Pietro di Bernardone detto “il francese”.
Non era un povero. Non era un emarginato. Era il figlio della buona borghesia del suo tempo.
Vestiva bene, amava le compagnie allegre, sognava una carriera militare e, come tanti giovani medievali, coltivava il mito della cavalleria.
Poi qualcosa si spezzò.
La guerra, la lunga prigionia a Perugia, la malattia e una profonda crisi personale lo portarono a rimettere in discussione tutto ciò che aveva considerato importante.
Non sappiamo esattamente cosa accadde nella sua coscienza.
Sappiamo però che da quel momento cominciò a prendere una strada completamente diversa da quella che il padre aveva immaginato per lui.
Scelse la semplicità in un mondo che stava diventando sempre più ricco e competitivo.
A quel tempo si diffondeva in Europa l’eresia del Catarismo, che considerava il mondo materiale una realtà degradata, ritenuta malvagia dalla teologia dualistica dei Catari.
Francesco si ribella a queste idee. Per lui la natura non è una sofferenza.
Non è un errore.
Non è qualcosa da disprezzare.
È una realtà da rispettare e da amare.
Quando parla di fratello sole, sorella acqua o sorella terra non sta facendo ecologia nel senso moderno del termine, come potremmo immaginare noi.
Sta affermando che l'uomo non è il padrone del mondo. È solamente una parte di esso.
Ed è forse questa coerenza radicale che continua ad affascinare credenti e non credenti.
Non tanto il Santo delle immagini devozionali.
Ma l'uomo che ebbe il coraggio di domandarsi se la strada percorsa da tutti fosse davvero quella giusta.
A ottocento anni di distanza dovremmo porci la stessa domanda che si pose un grandissimo scrittore russo nel racconto “La leggenda del grande inquisitore” ovvero:
CHE COSA FAREBBE OGGI SAN FRANCESCO SE TORNASSE FRA NOI?
Beh, di certo non è difficile immaginare dove potremmo trovarlo.
Sicuramente lo troveremmo là dove ci sono persone dimenticate, fragili, scartate.
Lo troveremmo fra i lebbrosi del nostro tempo.
Forse in un dormitorio per senza tetto. Forse accanto a chi arriva da lontano e non trova accoglienza. Forse in una periferia urbana. Forse in un ospedale, o in una galera.
Insomma in tutti quei posti dove esiste la disperazione.
E non oso pensare alle parole che ci rivolgerebbe.
Quando Francesco morì, la sera del 3 ottobre 1226, non volle essere riportato nella casa paterna, come era allora uso.
Non volle un altare in una Basilica.
Non volle privilegi.
Chiese di essere deposto sulla nuda terra.
Aveva poco più di quaranta anni.
Il figlio del ricco mercante di Assisi, l’uomo che Papa Innocenzo III sognò come il muratore che riparava la Chiesa di Roma, stava lasciando il mondo esattamente come aveva scelto di viverci: senza possedere nulla.
Eppure, paradossalmente, quel giovane che aveva rinunciato a tutto è diventato uno degli uomini più importanti della storia dell’umanità e otto secoli dopo siamo ancora qui a parlare di lui, sottovoce, con rispetto e ammirazione.
Una persona che cercò di vivere con coerenza ciò che riteneva giusto. Forse è questo il motivo per cui Francesco continua a interrogarci.
Perché in fondo ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, si è chiesto se stesse correndo nella direzione giusta.
O se esiste un modo diverso di stare al mondo.
Francesco non ci lascia delle risposte pronte. Ci lascia una domanda.
Una domanda vecchia di ottocento anni. San Francesco ci chiede: Che cosa conta davvero?
Questa sera, in questo antico borgo di francescani, seduti alla stessa tavola, mangiando cibi che i frati avrebbero riconosciuto, forse vale la pena portarsi a casa proprio questa domanda.
Se lo faremo, il francese sarà stato ancora una volta tra noi.
Non come santo.
Non come leggenda.
Ma come uomo.
E forse è il modo più bello per ricordarlo.
Sia con voi la Pace.
E buon appetito.